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Trauma

Congresso Attaccamento e Trauma – Roma 2019
Corso
a cura diAlessandro Carmelita, Marina Cirio, Benedetto Farina, Ruth Lanius, Christiane Sanderson, Daniel J. Siegel, Onno Van Der Hart, Giovanni Tagliavini, Essam Daoud, Dolores Mosquera, Lorna Benjamin
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Disponibile in Italiano (traduzione simultanea), Inglese

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Dettagli dell’evento

La nuova edizione del congresso Attaccamento e trauma si occuperà di dissociazione e integrazione. Quando si parla di dissociazione non si può non parlare di trauma. La presenza di eventi traumatici nella storia di vita incide a tal punto  sulla strutturazione della personalità individuale, da inibire lo sviluppo delle funzioni integrative e portare a fenomeni dissociativi anche estremi. La gravità del trauma sembra determinare la gravità del livello di dissociazione, e un criterio per definire quanto il trauma possa pesare sulla personalità di un individuo è, oltre alla portata dell’evento in sé, l’identità di chi lo agisce. Quando le figure d’attaccamento diventano figure da cui doversi proteggere, vengono a mancare i punti cardinali entro cui orientare la costruzione dell’ identità, e perdiamo la capacità di integrare le nostre esperienze in una rappresentazione di noi e degli altri che sia coerente e stabile.

La dissociazione è un fenomeno complesso, i cui sintomi sono presenti in diversi disturbi mentali, e non è sempre facile distinguerli da un punto di vista clinico e terapeutico, poiché possono confondersi e sovrapporsi ad altri. Per questo gli interventi dei relatori analizzeranno i sintomi dissociativi da diverse prospettive, cercando di individuare punti in comune e importanti distinzioni nella complessa mole di dati fenomenologici che la psicopatologia ci presenta, e definendo le linee guida per promuovere la riorganizzazione della personalità dissociata, verso un’integrazione armonica e coerente delle diverse parti. Verranno approfonditi gli aspetti neuroscientifici, quelli clinici e le ipotesi di intervento più efficaci, nonché gli elementi diagnostici su cui orientare l’attenzione del professionista, in modo da fornire una visione ad ampio raggio, utile nel lavoro terapeutico con una tipologia
così complessa di disturbo.

Di cosa parlerà questo evento?

Leggi gli abstract dell’evento

Lorna Benjamin

Autore di numerosi articoli e testi sulla teoria della regolazione emotiva. Attualmente, insegna presso il Department of Psychiatry and
Biobehavioral Sciences (UCLA).

Alessandro Carmelita

RELAZIONE E INTEGRAZIONE NELLA MINDULF INTERBEING MIRROR THERAPY

Lo studio della personalità sottolinea in modo univoco il ruolo delle relazioni d’attaccamento,delle esperienze traumatiche precoci e della dissociazione conseguente nella costruzione del Sé. Possiamo guardare alla sofferenza psicologica sulla base di due dimensioni in relazione tra loro: il livello di integrazione del Sé e la capacità dell’individuo di entrare in relazione con il mondo esterno. In linea con questi presupposti, la definizione delle parti della personalità nei pazienti che hanno subito traumi e che presentano sintomatologie gravi risulta molto importante in ambito terapeutico, e la psicoterapia viene connotata sempre di più come un intervento volto all’integrazione delle parti dissociate in un Sé coeso. Allo stesso tempo, la relazione terapeutica assume un ruolo centrale nella riparazione degli stati dissociati conseguenti a traumi relazionali più o meno gravi e precoci.
La Mindful Interbeing Mirror Therapy (MIMT) rappresenta un approccio assolutamente innovativo, in cui paziente e terapeuta sono posti entrambi davanti allo specchio, e interagiscono attraverso la loro immagine riflessa. Questa modalità unica di intervento poggia le basi sull’integrazione delle più recenti ricerche nell’ambito delle neuroscienze, e delle considerazioni cliniche di efficacia che ne supportano la validità.
La costruzione del sé e la costruzione di un mondo relazionale sono processi che si configurano parallelamente nel corso dello sviluppo individuale, a partire dalla capacità di riconoscere se stessi allo specchio – processo che opera la costruzione dell’identità-e dalla capacità di riconoscere gli stati emotivi dell’altro nella relazione. Lo specchio
appare quindi come un campo di intervento unico in cui operare una ricostruzione di un Sé coeso, in relazione con l’altro.
Negli ultimi cinque anni di studio e di messa a punto della procedura di intervento, la MIMT ha permesso di individuare una modalità nuova ed estremamente accelerata di connessione tra paziente e terapeuta, e di integrazione tra le parti interne in cui il paziente
sperimenta una forma profonda di self-compassion, realmente trasformativa. Oltre a questo, gli spunti teorici e applicativi che continuamente emergono nella pratica clinica, offrono nuove opportunità di intervento, a cui la ricerca può dare corpo e sostegno.

Benedetto Farina

PERCHÉ PER IL CLINICO É NECESSARIO DISTINGUERE LA DISSOCIAZIONE DALLA DISINTEGRAZIONE TRAUMATICA

Nonostante gli oltre cento anni di studi è ancora difficile trovare un consenso sul significato della dissociazione. Con il termine dissociazione ci riferisce infatti a una categoria di disturbi molto eterogenea, a fenomeni psicopatologici ancora più diversi tra loro e infine a un processo patogenetico inteso in modo estremamente discorde dai diversi clinici che lo hanno studiato e definito: basti pensare alla differenza che c’è tra la dissociazione intesa nel senso freudiano come rimozione di un contenuto doloroso o inaccettabile da quella janetiana di crollo delle capacità integrative sommerse dall’esperienza traumatica. Sul piano clinico e terapeutico le conseguenze di queste differenze trovano evidenza nella molteplicità degli approcci e delle tecniche terapeutiche proposte. Il primo scopo dell’intervento è quello di sintetizzare le ripetute osservazioni cliniche e il crescente numero di prove sperimentali che conducono a considerare la dissociazione solo una delle conseguenze di un più generale processo patogenetico provocato dal trauma che consiste nella disintegrazione delle funzioni mentali superiori. Il secondo scopo è quello di illustrare l’utilità clinica di tale distinzione e le sue ricadute terapeutiche.

Ruth Lanius

TRAUMI PSICOLOGICI E STATI ALTERATI DI COSCIENZA: VERSO UNA RINASCITA DEL SÉ

In questo intervento si esamineranno le basi neuroscientifiche – e la relativa correlazione mente-corpo-cervello – delle cinque dimensioni della coscienza: tempo, pensiero, corpo, emozioni e intersoggettività. Descriveremo come il Sé emerge dall’esperienza integrata delle cinque dimensioni, e in che modo questo è poi legato allo sviluppo di importanti reti neurali che ha luogo durante l’infanzia e l’adolescenza attraverso relazioni di attaccamento sicuro. Analizzeremo inoltre i correlati neuroscientifici delle alterazioni che si osservano spesso in ciascuna delle cinque dimensioni della coscienza in varie forme di psicopatologia di origine traumatica, e dimostreremo così l’importanza di tali dimensioni nella pratica terapeutica. I concetti espressi nel corso dell’intervento verranno illustrati da esempi di casi clinici.

Dolores Mosquera

INTERVENIRE SUI FALLIMENTI INTEGRATIVI NEL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ CON CONCOMITANTI DISTURBI DISSOCIATIVI

I pazienti con Disturbo borderline (DBP) presentano spesso una storia di traumi infantili e un disturbo dissociativo. È inoltre emersa una significativa sovrapponibilità tra i sintomi manifestati da soggetti con un Disturbo da stress post-traumatico complesso (DSPT) o un disturbo dissociativo (Disturbo dissociativo con altra specificazione o Disturbo dissociativo dell’identità [DDI]) e i sintomi del DBP, ad esempio: comportamento automutilante, tendenza al suicidio, allucinazioni uditive (voci), alterazioni della percezione di sé e degli stati di coscienza, amnesia, depersonalizzazione, disregolazione cronica, instabilità relazionale ed evitamento fobico dell’esperienza traumatica. Benché diversi approcci terapeutici al DBP siano incentrati sulla gestione sintomatologica, in alcuni casi questo non è sufficiente. Nel corso dell’intervento descriveremo, e illustreremo mediante casi clinici, un approccio pratico informato sul trauma che evidenzia l’esigenza di individuare l’organizzazione strutturale interiore non integrata dell’individuo e intervenire sulla stessa per affrontare le cause alla radice dei sintomi.

Essam Daoud

“DALL’ISOLAMENTO ALL’INTEGRAZIONE: IL VIAGGIO DELLA PSICHE DI UN RIFU- GIATO”

L’intervento presenterà un nuovo paradigma di trattamento finalizzato a condurre la psiche dei rifugiati in un “viaggio” che li porterà, appunto, dall’isolamento all’integrazione.Nel corso di tre anni, l’ingente quantitativo di dati raccolti dai professionisti della salute mentale e dai volontari che – dopo un’apposita formazione – hanno lavorato all’interno dei diversi campi profughi allestiti nelle zone costali della Grecia, ha consentito di identificare 4 diversi stadi relativi alla condizione psicologica dei rifugiati. Questi stadi descrivono lo stato psicologico in cui ogni rifugiato si trova a ogni tappa del proprio percorso e, di conseguenza, indica la tipologia di trattamento che ognuno di loro dovrebbe ricevere dai professionisti della salute mentale presenti in loco. Per esempio, la condizione psicologica di una donna appena scesa da una barca che l’ha soccorsa in mare dopo un viaggio terribile è ben diversa da quella di una persona rimasta a lungo in un campo profughi, in attesa di un verdetto sul suo stato di richiedente asilo. Allo stesso modo, la condizione psicologica di chi è riuscito a ottenere la documentazione necessaria ed è sul punto di trasferirsi in un nuovo Paese, è ancora una volta del tutto distinta dai precedenti casi. L’intervento punterà a sottolineare l’importanza di un supporto psicologico che sia modellato e adattato in funzione delle differenze e delle peculiarità di ogni stadio del percorso compiuto dai rifugiati.

Christiane Sanderson

TRATTAMENTO DEI SOPRAVVISSUTI AD ABUSI SESSUALI INFANTILI E TRAUMA DELL’ATTACCAMENTO

Di recente, i media hanno dedicato molta attenzione al tema dell’abuso sessuale su minori (CSA, child sexual abuse), in particolare quando perpetrato da personaggi celebri, esponenti dell’establishment, o all’interno di comunità religiose o in casi di sfruttamento sessuale minorile; eppure, la maggior parte degli abusi sessuali infantili avviene all’interno della famiglia e raramente si denuncia. Studi recenti indicano infatti che in questi casi di abuso nel contesto familiare, solo un sopravvissuto su otto denuncia, e spesso lo fa a distanza di molti anni. Frequentemente, poi, sopravvissuti e clinici non sono in grado di riconoscere il legame tra una storia di CSA e una gamma di problemi di salute mentale e fisica, che includono: disregolazione emotiva, dipendenze, autolesionismo e ideazione suicidaria, disturbi d’ansia, difficoltà nella sfera sessuale e relazionale, disturbi della personalità, nonché sintomi somatici persistenti, dolore cronico, disordini del sistema immunitario e sindrome da fatica cronica. Il pericolo di questo mancato riconoscimento è che l’abuso sessuale infantile non venga rilevato ed è quindi possibile che la diagnosi non sia effettuata correttamente e che i problemi mentali o fisici manifestati diventino pervasivi. È fondamentale che i professionisti appartenenti ai vari ambiti della salute fisica e mentale comprendano in maniera adeguata l’impatto e gli effetti a lungo termine del CSA e le sue varie manifestazioni cliniche, così da poter fornire una risposta appropriata. Lo scopo di questo seminario è quello di sensibilizzare al CSA e agli effetti a lungo termine che ha sui sopravvissuti, e di far conoscere i principi della pratica “informata” sul trauma da impiegare per il loro trattamento. Si darà importanza alla contestualizzazione dell’abuso sessuale minorile nel quadro del trauma da attaccamento dal quale derivano >>> le paure relazionali: ogni relazione interpersonale viene considerata come pericolosa e fonte di terrore, inclusa quella con il terapeuta. Ciò dà vita a un insieme di difficoltà relazionali e “inibitori” relazionali, che possono poi incidere sulle relazioni personali e professionali. Esploreremo le dinamiche del legame traumatico – presente in ogni aspetto del CSA – e come intervenire sugli inibitori relazionali per ridurre al minimo la distanza sociale, per entrare in contatto e creare un legame all’interno della relazione terapeutica, con il fine di ristabilire il valore relazionale e facilitare la reciprocità. Si analizzerà inoltre l’impatto che il lavoro coi sopravvissuti al CSA ha sui professionisti, così come l’utilizzo di strategie, quali l’auto-cura, per ridurre al minimo la traumatizzazione secondaria e lo stress traumatico secondario. Nell’individuare una varietà di abilità terapeutiche e le sfide poste dal lavoro con sopravvissuti al CSA, i terapeuti si sentiranno meglio preparati e più in grado di esperire gli effetti trasformativi della crescita post-traumatica tanto per sé quanto per i clienti. Argomenti trattati • Natura e dinamiche del CSA, tra cui: grooming process, segretezza, distorsione della realtà • CSA come trauma dell’attaccamento e suo impatto a livello neurobiologico • Impatto psicologico ed effetti a lungo termine del CSA • Ruolo di vergogna e autocolpevolizzazione • Principi di una terapia del trauma sicura • Importanza della relazione terapeutica per il ripristino del valore relazionale • Sfide e impatto del lavoro con pazienti sopravvissuti al CSA • Crescita post-traumatica

Daniel J. Siegel

ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO, TRAUMA DELLO SVILUPPO E PSICOTERAPIA DELLA DISSOCIAZIONE

Studi dimostrano che gli individui con una storia di attaccamento disorganizzato sviluppano delle risposte adattive all’esperienza del terrore vissuta coi propri caregiver, che si traducono in difficoltà significative nella regolazione emotiva e nello sviluppo di relazioni reciprocamente soddisfacenti, così come nella comparsa di fenomeni dissociativi in diversi gradi clinici. Simili risultati scientifici emersi in studi ripetuti mostrano al mondo della psicoterapia le origini nell’età dello sviluppo di almeno una forma di dissociazione: la frammentazione della coscienza e un’integrazione compromessa del senso di sé, ovvero della “personalità” dell’individuo. In questo intervento approfondiremo le conoscenze su tali processi evolutivi, e su come poter affrontare queste forme di attaccamento disorganizzato all’interno della relazione psicoterapeutica e passare da un trauma irrisolto legato ad abusi e trascuratezza nell’età dello sviluppo alla sua completa risoluzione nel corso del processo terapeutico di guarigione.

Giovanni Tagliavini

ESPLORARE IL CONFINE PIÙ GRAVE DELLA DISSOCIAZIONE POST-TRAUMATICA UNA PROPOSTA PER DISTINGUERE LA SCHIZOFRENIA DAI DISTURBI DISSOCIATIVI, BASANDOSI SU QUALITÀ DEI SINTOMI, RELAZIONALITÀ E TIPOLOGIA DI DISTURBO DEL SÉ

Ai terapeuti che si occupano di disturbi dissociativi è ben nota la presenza, nei propri pazienti, di sintomi genericamente definibili come “psicotici” (dispercezioni, allucinazioni, “deliri”, sintomi di primo grado di Schneider, gravi derealizzazioni e depersonalizzazioni): questi sintomi si aggregano in modo variabile creando un confine che spesso non è facile distinguere da quello rappresentato dalle sindromi schizofreniche. É un riscontro sia storico che attuale la situazione di pazienti over 35 che arrivano in terapia dopo essere stati in grandissima parte maldiagnosticati come facenti parte di uno “spettro schizofrenico” o come psicotici tout court, con conseguenti situazioni di mistreatment, talora pluridecennale. Al contrario, una diagnosi ben fatta e ben restituita non solo orienta in modo efficace la clinica ma crea anche una potente base di alleanza e futura collaborazione col paziente, dandogli spesso anche un sollievo importante. Punto di partenza di questa presentazione saranno le riflessioni di Colin Ross, Andrew Moskowitz e Suzette Boon sull’argomento, integrate al pensiero di alcuni importanti esponenti della più recente ricerca psicopatologica sulle schizofrenie, tra cui Wolfgang Blankenburg, Louis Sass e Josef Parnas. Mediante l’illustrazione di situazioni cliniche specifiche cercherò di descrivere differenti tipologie di disturbi, distorsioni e frammentazioni del Sé che sono molto diversi tra schizofrenia e disturbi dissociativi: queste differenze, se ben osservate, forniscono un’ottima bussola nella diagnosi differenziale, poiché si correlano a modalità e situazioni relazionali molto diverse.

Onno Van Der Hart

LA DISSOCIAZIONE TRAUMATICA: DAL FALLIMENTO INTEGRATIVO ALL’INTEGRAZIONE DELLA PERSONALITÀ

Nel 1921, T. W. Mitchell – studioso britannico interessato ai fenomeni dissociativi – dichiarò: “La personalità, per come la conosciamo sul piano fenomenico o empirico, può essere un’integrazione, una struttura che è stata costruita e che, se sottoposta a stress eccessivi, può andare in frantumi” (p. 231). Uno stress eccessivo, un’esperienza traumatica, porta dunque a un punto di rottura nella psiche dell’individuo: è in questo che consiste il fallimento integrativo nella dissociazione traumatica. Tale dissociazione prevede però anche una certa riorganizzazione della personalità, per essere precisi, in due diversi sottosistemi dinamici – le cosiddette parti dissociate della personalità – ognuna dotata di un senso del Sé e di una sua prospettiva in prima persona. Distinguiamo due prototipi dissociativi: una Parte apparentemente normale (ANP, Apparently Normal Part) e una Parte emotiva (EP, Emotional Part): la prima si occupa del funzionamento nella vita quotidiana, mentre la seconda è bloccata nel periodo cui risale l’evento traumatico ed è primariamente focalizzata su eventuali pericoli associati al trauma. Idealmente, la terapia si compone di una serie di fasi volte alla piena/completa integrazione della personalità, e quindi con lo sviluppo di più azioni adattive. Dalla pratica clinica abbiamo imparato che maggiore è il trauma e, di conseguenza, più complessa è la dissociazione della personalità, maggiore sarà la durata del processo terapeutico e più spesso occorrerà rivedere le tre fasi del trattamento, che sono:

1) stabilizzazione, riduzione dei sintomi e skills training;

2) cura delle memorie traumatiche;

3) integrazione della personalità e riabilitazione.

I programmi di formazione tendono a mettere in risalto le prime due fasi del trattamento mentre la terza riceve, purtroppo, molta meno attenzione. Basandoci sulla differenziazione tra azioni integrative mentali e comportamentali in termini di sintesi e realizzazione (con le componenti di personificazione e presentificazione), concetti originariamente espressi da Pierre Janet, mostreremo in che modo promuovere tali azioni integrative in ciascuna fase del trattamento (e quindi come ognuna di esse sia coinvolta nelle varie fasi). Puntiamo alla gioia e al dolore che ogni fase verso l’integrazione comporta, culminando (se possibile) nell’unificazione della personalità.

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EVENTO IN EVIDENZA

Evento dal vivo a Roma

Da Ven 30 Settembre a Dom 2 Ottobre 2022

Attaccamento e Trauma: Le nuove frontiere della ricerca e della pratica clinica
a cura di Suzette A. Boon, Mary Jo Barrett, Diana Fosha, Roger Solomon, Vincenzo Caretti, Elizabeth Warner, Jonathan Baylin, Skip Rizzo, Alessandro Carmelita, Marina Cirio, Ronald D. Siegel, Christiane Sanderson, Deb Dana

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